Caporalato digitale: la Procura certifica lo sfruttamento che Cobas denuncia da anni

La Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho–Glovo per caporalato. Non è una sorpresa: è la conferma giudiziaria di ciò che come Cobas denunciamo da anni.
Dietro la retorica della “flessibilità” e dell’“autonomia” si nasconde un sistema di sfruttamento sistematico, fondato su paghe da fame, orari massacranti e ricatto della povertà.

I rider lavorano 9–10 ore al giorno, fino a 6 giorni a settimana, per compensi che arrivano a essere inferiori fino all’80% rispetto ai salari dei contratti veri e sotto la soglia di povertà. 2,50 euro a consegna non è lavoro: è cottimo ottocentesco, imposto da piattaforme che controllano ogni movimento tramite algoritmo, geolocalizzazione e penalizzazioni.

Altro che lavoratori autonomi: la magistratura ribadisce che siamo di fronte a lavoro subordinato a tutti gli effetti, come già previsto dalla legge. L’algoritmo è il nuovo caporale, la app è il nuovo capannone, il rider è il lavoratore senza diritti.

Questo sistema è andato avanti per anni grazie a accordi al ribasso, al silenzio complice di chi ha preferito la concertazione alla lotta, legittimando il cottimo e cancellando salario, tutele e dignità.
Noi no. Cobas non ha mai firmato lo sfruttamento.

Rivendichiamo:

  • fine delle finte partite IVA
  • riconoscimento del lavoro subordinato
  • applicazione di un CCNL vero
  • salario dignitoso come previsto dall’art. 36 della Costituzione

La Procura oggi mette nero su bianco ciò che i rider vivono sulla propria pelle ogni giorno.
Ora basta ipocrisie: questo modello va rovesciato, e si rovescia solo con l’organizzazione, il conflitto e la lotta sindacale vera.

Cobas è dalla parte dei rider. Da sempre.