Rischio caldo-il decreto non ferma le uccisioni

Decreti e ordinanze per limitare il lavoro nelle ore più calde non sono sufficienti, solo negli ultimi giorni sono stati 5 i morti sui luoghi di lavoro per le condizioni atmosferiche.

El Khabch, Domenico, Claut e gli altri rimasti ancora senza nome, sono morti in questi giorni in un cantiere, fra i boschi, lungo i binari, stroncati da temperature proibitive. Ad uccidere però non è il caldo sono le condizioni di sfruttamento in cui si è costretti ad operare, le varie ordinanze regionali lasciano troppe possibili scappatoie ai datori di lavoro che , interessati unicamente al loro profitto, costringono i lavoratori e le lavoratrici a lavorazioni sotto il sole, senza riposo né accesso a fonti di acqua e ombreggiatura.

Non sono le leggi a tutela del lavoro a mancare nel nostro paese ma gli strumenti per farle applicare. Diminuiscono gli Ispettori, costretti anche ad anticipare le spese di trasferta per recarsi nei luoghi di lavoro, così è stimato che un’azienda ha una probabilità ogni 20 anni di essere controllata, aggiungiamo che spesso il controllo si limita alla richiesta di documentazione ( DVR, Duvri etc.). Considerando che la vita media delle nostre aziende è di cinque anni i controlli non arrivano mai in tempo. I lavoratori e le lavoratrici che provano a chiedere rispetto per i loro diritti vengono vessati e minacciati di licenziamento e/o mancato rinnovo contrattuale.

In situazioni ancora più esposte si trovano i migranti e le migranti, che siano braccianti, edili o badanti, il cui permesso di soggiorno è legato al contratto di lavoro.

L’unica risposta che abbiamo è organizzarci uniti, con la capacità anche di superare i confini del proprio luogo di lavoro.

Alcune normative ancora esistono e dobbiamo far sì che vengano applicate, là dove la legge non ci tutela, deve essere la nostra lotta a riconquistare i diritti.

Se lavori in una situazione a rischio, contattaci nell’immediato, la nostra vita viene prima di tutto.

Cobas – Gruppo lavoro in sicurezza