Andrea Moretti aveva 22 anni. Era di Tottea, frazione di Crognaleto, in provincia di Teramo. Era un rocciatore, un lavoratore specializzato nei lavori in fune e lavorava per la Quintilio Moretti Srl, l’azienda della sua famiglia. Nella notte tra martedì 22 e mercoledì 23 settembre era al Colosseo per lavorare alla nuova illuminazione dell’Anfiteatro Flavio. Poco dopo la mezzanotte è precipitato per circa dieci metri, dal secondo ordine del Colosseo. È morto sul colpo.
Andrea indossava l’imbracatura. Secondo le prime informazioni diffuse dagli inquirenti, però, non sarebbe stata agganciata alla fune. È uno degli elementi sui quali dovrà fare chiarezza l’indagine della Procura di Roma, che procede per omicidio colposo e sta acquisendo documentazione relativa al cantiere, all’appalto, alle attrezzature e alla sicurezza. Saranno gli accertamenti tecnici a stabilire cosa sia realmente accaduto.
Ma c’è una domanda che viene prima ancora della dinamica della caduta: perché Andrea stava lavorando di notte, a dieci metri di altezza, dentro il Colosseo?
È una domanda che arriva anche dai lavoratori del monumento. Secondo quanto ci raccontano, i lavori per la nuova illuminazione si stavano svolgendo in un ciclo notturno e continuo e coincidevano con un periodo nel quale erano in programma anche attività televisive legate alla registrazione di Alberto Angela. La registrazione e le esigenze specifiche di illuminazione sono elementi che dovranno essere verificati, ma il problema sollevato dai lavoratori è più generale: perché lavori così delicati devono essere compressi nelle ore notturne, quando il Colosseo di giorno deve continuare a funzionare senza interruzioni?
La domanda non riguarda Alberto Angela. Non riguarda una trasmissione televisiva. Riguarda il modello di organizzazione del lavoro dentro uno dei monumenti più visitati del mondo. Di giorno il Colosseo deve accogliere i visitatori, le visite devono continuare, i biglietti devono essere venduti, la macchina turistica deve funzionare. E allora i lavori vengono spinti nella notte.
È qui che dobbiamo cominciare a parlare di profitto.
Perché il Colosseo non è più soltanto un monumento. È anche una gigantesca macchina turistica ed economica. E quando questa macchina deve funzionare continuamente, il rischio è che siano i lavoratori a doversi adattare ai suoi tempi: si lavora quando il pubblico non c’è, si lavora di notte, si lavora in fretta, si lavora in quota. Poi qualcosa succede e tutti scoprono improvvisamente che la sicurezza avrebbe dovuto venire prima.
Andrea, invece, quella notte non è tornato a casa.
E quello che è successo nelle ore successive alla sua morte rende questa vicenda ancora più grave.
Il Colosseo aperto dopo la morte di Andrea
I lavoratori del Colosseo raccontano che la mattina successiva sapevano già che dentro il monumento c’era il corpo di Andrea. Eppure il Colosseo ha inizialmente aperto.
Qui esistono due ricostruzioni che devono essere riportate entrambe.
Il Ministero della Cultura ha spiegato ufficialmente che la decisione di chiudere era stata assunta nella notte, ma che prima della chiusura era stato gestito il primo turno di visita, composto da migliaia di persone, per evitare una forte concentrazione di visitatori all’esterno e possibili problemi di sicurezza e ordine pubblico. Il comunicato ministeriale precisa inoltre che inizialmente era stato chiuso al pubblico il settore del secondo ordine interessato dall’incidente e che successivamente è stata disposta la chiusura dell’intero Colosseo.
Questa è la versione ufficiale.
Ma i lavoratori raccontano un’altra cosa: raccontano di un Colosseo che la mattina continuava a funzionare mentre loro sapevano che Andrea era ancora lì dentro. Parlano di migliaia di visitatori — le cronache riferiscono circa 6.500 persone nel primo turno — e di una situazione nella quale il monumento sembrava dover continuare a funzionare nonostante la tragedia.
Secondo la testimonianza raccolta dai lavoratori, inizialmente il secondo ordine non sarebbe stato aperto; successivamente sarebbe stata prospettata anche la sua riapertura, con una recinzione intorno alla zona nella quale si trovava il corpo e il passaggio dei visitatori oltre quella delimitazione.
Sono circostanze che dovranno essere verificate. Ma non sono soltanto voci isolate: nella stessa mattinata i lavoratori hanno denunciato che il Colosseo era stato mantenuto aperto dopo la morte dell’operaio e ha sostenuto che la chiusura fosse arrivata dopo le proteste dei lavoratori.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto vale un’ora di apertura del Colosseo?
Quanto vale rispetto alla morte di un ragazzo di 22 anni?
Quanto vale rispetto al diritto dei lavoratori di fermarsi, di elaborare una tragedia, di non dover continuare a lavorare nello stesso luogo nel quale poche ore prima è morto un loro collega?
Non è una domanda retorica. È una domanda sul modello di gestione di un luogo di lavoro.
E i lavoratori?
Ci viene raccontato che dopo le 11.30 circa i lavoratori sono entrati all’interno del Colosseo e che anche tra gli stessi custodi e lavoratori del Parco c’era grande incertezza su cosa fare.
La prima indicazione, secondo la testimonianza raccolta, sarebbe arrivata dall’azienda dell’appalto, Rear, e non da un funzionario del Parco: ai lavoratori sarebbe stato chiesto di uscire dal Colosseo e andare all’esterno a fornire spiegazioni.
Se questa ricostruzione sarà confermata, è un altro elemento sul quale bisognerà pretendere risposte. Perché davanti alla morte di un lavoratore non può essere lasciato ai lavoratori stessi il compito di decidere come comportarsi, né può essere l’azienda dell’appalto a dover gestire una situazione che riguarda contemporaneamente sicurezza, organizzazione del lavoro e tutela delle persone.
E soprattutto non può esistere una gerarchia nella quale prima vengono i visitatori, poi l’organizzazione del servizio e soltanto dopo i lavoratori.
La sicurezza non è una variabile organizzativa.
Il profitto prima di tutto?
Il punto è proprio questo.
Non sappiamo ancora perché Andrea sia caduto. Non sappiamo se ci sia stato un errore nell’aggancio dell’imbracatura, un problema dell’ancoraggio, una procedura non rispettata o altro. Lo dovranno stabilire gli inquirenti.
Ma possiamo e dobbiamo interrogarci sulle condizioni nelle quali quel lavoro veniva svolto.
Un giovane operaio specializzato lavorava di notte, in quota, per la nuova illuminazione del Colosseo. Il lavoro doveva essere compatibile con un monumento che durante il giorno deve continuare ad accogliere migliaia di visitatori. La Procura dovrà ricostruire anche l’organizzazione del cantiere e la catena dell’appalto.
È proprio qui che il tema degli appalti diventa centrale.
Andrea lavorava per un’impresa specializzata che operava nell’ambito dei lavori al Colosseo. La sua morte non può essere letta soltanto come la storia di un singolo lavoratore e di una singola caduta. Bisogna guardare alla catena organizzativa: chi commissiona, chi appalta, chi subappalta, chi organizza il lavoro, chi controlla, chi verifica le procedure e chi deve garantire che le condizioni reali di lavoro corrispondano a quelle previste sulla carta.
Perché ogni volta che un lavoro viene frammentato tra più aziende c’è il rischio che la responsabilità diventi invisibile.
E quando la responsabilità diventa invisibile, spesso è il lavoratore che paga.
Andrea aveva 22 anni
C’è poi un particolare che rende questa storia ancora più dolorosa.
Andrea aveva seguito le orme del padre, anche lui lavoratore e vittima anni fa di un grave infortunio che lo aveva reso invalido. Andrea lascia i genitori e tre sorelle. Le cronache raccontano di un ragazzo legato alla sua terra, alle amicizie e alla passione per i cavalli. Era un lavoratore giovane ma già specializzato in un mestiere difficile, quello dei lavori in quota e con le funi.
E allora non chiamatelo semplicemente incidente.
Un incidente è qualcosa che accade.
Una morte sul lavoro invece ci obbliga a chiederci come era organizzato quel lavoro.
Quali erano i tempi?
Quali erano le procedure?
Chi aveva verificato gli ancoraggi?
Perché si lavorava di notte?
Chi aveva deciso quella modalità?
Quali erano le esigenze dell’appalto?
Quali erano le esigenze del monumento?
E soprattutto: quanto valeva fermarsi?
Perché forse è proprio questa la domanda che attraversa tutta questa vicenda.
Fermare il Colosseo per qualche ora avrebbe avuto un costo.
Fermare un cantiere avrebbe avuto un costo.
Rallentare una lavorazione avrebbe avuto un costo.
Spostare una registrazione televisiva avrebbe avuto un costo.
Ma quanto costa una vita?
Non è soltanto Andrea. È il modello
Quello che è successo al Colosseo non può essere separato dalla strage quotidiana nei luoghi di lavoro.
Ogni volta sentiamo parlare di fatalità, di errore umano, di una procedura non rispettata.
Poi arrivano le indagini.
Poi il cordoglio.
Poi i fiori.
Poi il monumento chiuso per lutto.
E dopo qualche giorno tutto riparte.
Noi invece vogliamo fermarci prima.
Vogliamo capire come si lavora davvero.
Per questo ascolteremo i lavoratori del Colosseo. Perché chi sta dentro quel monumento tutti i giorni conosce la sua organizzazione, i suoi ritmi, gli appalti, le pressioni, le difficoltà e quello che spesso non compare nei comunicati ufficiali.
E quello che ci stanno raccontando merita di essere ascoltato.
Perché il Colosseo può essere il simbolo della grandezza di Roma, della storia, della cultura, dell’arte.
Ma non può diventare il simbolo di un’idea diversa e molto più pericolosa:
che lo spettacolo debba continuare sempre. Anche quando un lavoratore è morto.
Andrea Moretti aveva 22 anni.
Stava lavorando per illuminare il Colosseo.
Il suo corpo è rimasto dentro quel monumento mentre la macchina dei visitatori continuava a funzionare.
Se questa è l’organizzazione del lavoro, allora quella macchina va fermata e guardata dentro.
Non per cercare un capro espiatorio.
Non per anticipare il lavoro della magistratura.
Ma per capire una cosa molto semplice:
se il lavoro deve produrre profitto, turismo, spettacolo e cultura, chi lavora deve comunque tornare a casa.
Andrea quella notte non è tornato.
Cobas Lavoro Privato