Oltre le Sbarre, l’impegno di Cobas e L’Altro Circolo all’interno del carcere di Viterbo per diritti e dignità

In un’epoca in cui il discorso pubblico tende spesso a invocare il “buttare la chiave”, trasformando le carceri in discariche sociali invisibili, c’è chi sceglie di percorrere la strada opposta: quella della presenza, della tutela dei diritti e dell’umanità. 
Da tre anni, questo intento è portato avanti da Gian Carlo Mazza e Federica La Perna, anime del progetto di Cobas e dell’associazione L’Altro Circolo all’interno del carcere di Viterbo. Il loro lavoro è un ponte gettato tra il “dentro” e il “fuori”, un presidio di cittadinanza laddove la burocrazia rischia di diventare un’ulteriore pena detentiva.
Centinaia di detenuti hanno trovato in Gian Carlo e Federica un punto di riferimento per necessità che, all’esterno, diamo per scontate, ma che in cella diventano montagne insormontabili. Pensiamo ai servizi di CAF e Patronato, in modo che i diritti previdenziali e fiscali non vengano cancellati dalla detenzione. A questo si aggiunge il rinnovo dei documenti, un atto fondamentale che restituisce al detenuto la propria identità legale, presupposto indispensabile per qualsiasi percorso di reinserimento.
Il legame non si spezza con il fine pena. Moltissime persone, una volta tornate in libertà, continuano a rivolgersi a Cobas e L’Altro Circolo, segno di un rapporto di fiducia profondo che va oltre il mero adempimento burocratico.
L’attività di queste realtà si scontra con un clima politico che vede la punizione come unico deterrente. Tuttavia, i dati e la storia parlano chiaro: un carcere esclusivamente punitivo non garantisce sicurezza, ma produce recidiva.
Nessuno nasce cattivo o sbagliato. Spesso il reato è il frutto di povertà, soprusi e di una società che esclude invece di accogliere.
 
L’approccio di Cobas e L’Altro Circolo sfida l’idea che il carcere debba essere un luogo di “sepoltura” sociale. Al contrario, sostengono con forza che la punizione non è deterrenza. Sistemi estremi (fino alla pena di morte) non portano alla redenzione o all’empatia, ma spingono solo alla ricerca di metodi più ingegnosi per sfuggire alla legge.
Solo una società che offre pari opportunità e percorsi riabilitativi reali può sperare di ridurre il numero dei reati, anche tra le mura di una cella, l’individuo resta una persona con diritti che lo Stato ha il dovere di tutelare.
 
Difendere i diritti dei detenuti non significa ignorare le colpe, ma credere fermamente che ogni individuo, se supportato e messo nelle giuste condizioni, possa tornare a essere parte integrante e produttiva della comunità. 
Perché nessuno rimanga indietro, dietro o davanti a una sbarra.
 
Cobas Confederazione dei comitati di base Viterbo