L’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui lavorare non garantisce più una vita dignitosa. Oggi lo certifica anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB): tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti del settore privato sono diminuite in media del 6,6%, mentre le disuguaglianze salariali sono aumentate.
Non è un incidente della storia. È il risultato di precise scelte politiche, economiche e sindacali.
Tutto comincia negli anni Novanta
Per capire perché oggi milioni di lavoratori sono poveri pur avendo un impiego bisogna tornare ai primi anni ’90.
Tra il 1992 e il 1993 l’Italia affrontava una grave crisi finanziaria. In quel contesto vennero firmati gli accordi che cambiarono profondamente il sistema delle relazioni industriali.
Prima arrivò il Protocollo del 31 luglio 1992, con il quale venne definitivamente abolita la scala mobile, il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’inflazione.
L’anno successivo, il Protocollo del 23 luglio 1993, sottoscritto dal Governo Ciampi, da Confindustria e da CGIL, CISL e UIL, inaugurò la stagione della cosiddetta concertazione e della politica dei redditi.
L’obiettivo dichiarato era ridurre l’inflazione e consentire all’Italia di entrare nei parametri del Trattato di Maastricht.
Il prezzo lo hanno pagato i lavoratori.
Da quel momento i rinnovi contrattuali non hanno più garantito il recupero pieno del potere d’acquisto. I salari sono stati agganciati all’inflazione programmata e non a quella reale, comprimendo sistematicamente gli aumenti retributivi.
La moderazione salariale è diventata un modello
Negli anni successivi questa impostazione non è stata abbandonata.
Anzi.
Si è aggiunta una lunga serie di riforme che hanno progressivamente indebolito il lavoro:
- il Pacchetto Treu del 1997;
- la Legge Biagi del 2003;
- il Jobs Act del 2015;
- l’espansione del part-time involontario;
- la diffusione dei contratti a termine e del lavoro precario;
- una contrattazione nazionale sempre più orientata a contenere il costo del lavoro.
Nel frattempo la produttività è cresciuta, i profitti di molte imprese sono aumentati, ma i salari sono rimasti fermi.
Il risultato è davanti agli occhi di tutti.
Lo Stato ha provato a rimediare con il fisco
L’analisi dell’UPB dice una cosa molto chiara.
Negli ultimi anni le riforme dell’IRPEF, il bonus introdotto nel 2014 e gli interventi fiscali successivi hanno ridotto le tasse sui redditi medio-bassi.
Questo ha limitato, almeno in parte, la perdita di reddito.
Ma il problema è che non si possono sostituire gli aumenti salariali con gli sconti fiscali.
Se uno stipendio rimane basso, rimane basso anche se si pagano meno imposte.
L’UPB afferma inoltre che questo sistema è ormai arrivato al limite delle sue possibilità redistributive.
Tradotto: non sarà il fisco a risolvere il problema dei salari.
Il lavoro povero è diventato la normalità
Anche il Rapporto Caritas racconta la stessa realtà.
Nel 2025 le persone assistite pur avendo un lavoro sono arrivate al 24%, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima.
Tra i lavoratori tra 35 e 44 anni la quota sfiora il 32%.
Sempre più persone lavorano e contemporaneamente:
- non riescono a pagare l’affitto;
- rinunciano alle cure sanitarie;
- faticano a sostenere le spese quotidiane;
- chiedono aiuto per fare la spesa.
È il fenomeno dei working poor, ormai strutturale anche in Italia.
La responsabilità della concertazione
Per troppo tempo ci è stato raccontato che la moderazione salariale avrebbe favorito gli investimenti, la competitività e l’occupazione.
Dopo oltre trent’anni possiamo dire che questa promessa non è stata mantenuta.
L’Italia è il Paese europeo in cui i salari reali hanno registrato una delle peggiori performance.
Le imprese hanno spesso scelto di competere comprimendo il costo del lavoro invece di investire in innovazione, ricerca e qualità.
Parallelamente una parte importante del sindacalismo confederale ha continuato a firmare accordi costruiti dentro quella logica della concertazione nata nei primi anni Novanta.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stipendi bassi, precarietà crescente e un potere contrattuale dei lavoratori sempre più debole.
Non basta tagliare le tasse: bisogna aumentare i salari
Anche l’UPB riconosce che il problema non è più fiscale.
Servono politiche che riportino il salario al centro.
Per il movimento sindacale questo significa aprire una discussione vera su alcuni punti fondamentali:
- rinnovi contrattuali che recuperino integralmente l’inflazione reale;
- redistribuzione della produttività verso chi lavora;
- contrasto alla precarietà e al part-time involontario;
- riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario dove produttività e organizzazione lo consentono;
- rafforzamento del welfare pubblico, perché salario e servizi pubblici sono due facce della stessa dignità del lavoro.
La posizione dei COBAS
Da anni denunciamo che il lavoro povero non è una fatalità ma il risultato di precise scelte.
La stagione della concertazione ha trasformato il sindacato, troppo spesso, da soggetto di conflitto a gestore della compatibilità economica.
Quando il salario diventa una variabile da comprimere per rispettare i parametri finanziari o aumentare la competitività delle imprese, a perdere sono sempre le lavoratrici e i lavoratori.
Oggi persino un organismo istituzionale come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio certifica ciò che il sindacalismo di base denuncia da decenni: il fisco non può sostituire il salario, gli sgravi non sostituiscono i rinnovi contrattuali e non esiste crescita economica sostenibile se chi lavora continua a impoverirsi.
È tempo di invertire la rotta. Perché il lavoro deve tornare a garantire ciò che dovrebbe essere normale: vivere con dignità, non sopravvivere.
COBAS del lavoro privato