Mentre la premier Meloni racconta di una ripresa economica che starebbe ridando fiato al Paese, i dati ufficiali raccontano ben altro. La fotografia scattata dall’OCSE nel suo Employment Outlook 2025 è impietosa: l’Italia è il Paese con il peggior crollo dei salari reali tra tutte le economie avanzate, con una perdita del 7,5% rispetto al 2021. In altre parole, i lavoratori italiani sono più poveri oggi di quanto non fossero tre anni fa, nonostante l’inflazione stia rallentando e nonostante l’aumento dell’occupazione.
Ma si tratta di occupazione fragile, mal pagata, instabile, spesso part-time involontario. Un modello occupazionale basato su lavoro povero e diritti compressi, che sacrifica il presente e pregiudica il futuro, soprattutto delle nuove generazioni.
Un Paese che invecchia… e si impoverisce
A trainare l’occupazione, ci dice sempre l’OCSE, sono i lavoratori over 55, cioè coloro che si avvicinano all’età pensionabile, mentre i giovani restano ai margini. Un’anomalia tutta italiana. Il nostro è uno dei pochi Paesi in cui l’occupazione cresce ma la disoccupazione resta alta (6,5%, contro la media OCSE del 4,9%) e il tasso di produttività resta stagnante. Un segnale evidente: crescono solo i contratti a basso valore aggiunto, non l’innovazione, né tantomeno il reddito.
La crescita, già debole, è in rallentamento. E dietro la narrazione della “resilienza italiana”, resta una verità scomoda: l’Italia è subalterna ai processi economici globali, incapace di incidere su dinamiche che la stanno risucchiando verso un declino strutturale fatto di bassi salari, precarietà cronica, formazione insufficiente e scarsa mobilità sociale.
Contratti nazionali scaduti, rinnovi al ribasso, e stipendi sempre più leggeri
Nel settore privato un lavoratore su tre è ancora coperto da un contratto collettivo scaduto, mentre quelli rinnovati spesso portano aumenti irrisori, insufficienti a compensare l’inflazione. E i numeri parlano chiaro: secondo l’INPS, tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni contrattuali sono aumentate dell’8,3%, a fronte di un’inflazione del 17,4%. Il risultato? Una perdita secca di 9 punti percentuali di potere d’acquisto.
Questa erosione non è una novità, ma l’ennesimo capitolo di una crisi salariale lunga quasi quarant’anni, aggravata da una precisa strategia politica: evitare di investire su salari, welfare e formazione, preferendo tagli fiscali alle imprese e flessibilità contrattuale a senso unico.
Part-time involontario e pensioni da fame: il futuro è già in trappola
Altro che “vivere al di sopra delle proprie possibilità”: oggi più della metà dei lavoratori part-time non ha scelto quel tipo di contratto. È il mercato a imporglielo. Le donne, in particolare, sono le più colpite da questa dinamica, con una media pensionistica inferiore del 34% rispetto agli uomini, e una quota della spesa pensionistica che copre solo il 44% del totale, pur essendo il 51% dei pensionati.
Nel frattempo, l’età pensionabile si alza (verso i 68 anni e oltre), mentre il requisito per l’anticipata è diventato proibitivo: 41 anni di contributi, in un mercato del lavoro dove il lavoro stabile è ormai un’eccezione.
La trappola dell’austerità permanente
Invece di aumentare l’aliquota contributiva per le imprese – ferma dal 1996 – i governi, da trent’anni, hanno scelto la via dell’austerità, agendo solo dal lato della spesa. In pratica: meno pensioni per tutti, senza toccare i profitti aziendali o i grandi patrimoni.
A rendere il quadro ancora più inquietante, c’è il tentativo recente del governo Meloni di riformare in senso peggiorativo il diritto del lavoro: attraverso un emendamento inserito nel DdL 1561 (poi ritirato grazie alla protesta pubblica), si voleva abbreviare i tempi di prescrizione per i crediti da lavoro e rendere “sufficienti” per legge anche le retribuzioni più basse stabilite da contratti firmati da sindacati poco rappresentativi. Una norma salva-padroni che avrebbe ostacolato ulteriormente il recupero delle differenze salariali dovute.
Una crisi salariale strutturale, non un’emergenza passeggera
È ora di smettere con la propaganda e guardare in faccia la realtà:
- I salari reali in Italia sono scesi più che in qualsiasi altro paese OCSE
- I contratti collettivi vengono rinnovati tardi e male
- La precarietà si sta normalizzando, con il part-time involontario che esplode
- Le pensioni si allontanano, mentre il loro valore reale cala
- Le donne e i giovani pagano il prezzo più alto
Questa non è una deriva casuale. È il frutto di politiche precise, condotte da governi di ogni colore, che hanno favorito le imprese a discapito del lavoro. E ora, di fronte a un declino sempre più evidente, il governo in carica continua a negare la necessità del salario minimo, a tagliare sul welfare, a limitare i diritti.
Una sola via: redistribuire ricchezza, investire sul lavoro, cambiare modello
Se non si vuole che l’Italia diventi un Paese di lavoratori poveri e pensionati indigenti, serve un cambio di paradigma.
Serve:
- Un salario minimo legale sotto cui nessun contratto possa scendere
- Un sistema di rinnovo contrattuale obbligatorio e rapido
- Investimenti veri in formazione, innovazione, produttività
- Un riequilibrio della fiscalità: meno sgravi alle imprese, più equità per chi lavora
- Una revisione profonda del sistema previdenziale, che garantisca dignità a chi ha lavorato una vita
Se non ora, quando?
COBAS lavoro privato