TFR e fondi pensione: dal 1° luglio una scelta che deve essere davvero libera e consapevole

Con la Legge di Bilancio 2026 cambiano le regole sul trattamento di fine rapporto per i nuovi assunti nel settore privato. Dal 1° luglio, chi viene assunto avrà solo 60 giorni per comunicare la volontà di mantenere il proprio TFR in azienda. In assenza di una scelta esplicita scatterà il meccanismo del silenzio-assenso e il TFR verrà conferito automaticamente al fondo pensione previsto dal contratto collettivo applicato.
 
La riduzione del termine, passato da 180 a 60 giorni, rende ancora più importante che ogni lavoratore sia informato tempestivamente. Una decisione di questo tipo non può essere presa per semplice disattenzione o perché non si è compreso il significato della documentazione ricevuta.
 
C’è inoltre un aspetto spesso poco discusso. Chi decide di lasciare il TFR in azienda mantiene la possibilità di aderire successivamente alla previdenza complementare. Al contrario, una volta che il TFR viene conferito al fondo attraverso il silenzio-assenso o una scelta esplicita, il percorso diventa molto meno semplice da modificare. Per questo motivo la decisione iniziale assume un’importanza fondamentale.
 
Negli ultimi anni si è assistito anche a un progressivo spostamento di quote della retribuzione verso il cosiddetto welfare contrattuale. In numerosi rinnovi dei contratti nazionali, una parte delle risorse economiche è stata destinata a fondi pensione, assistenza sanitaria integrativa o altri strumenti di welfare. Chi sceglie di non aderire, spesso, non può beneficiare integralmente di quelle risorse, con il risultato che una parte degli aumenti salariali non finisce direttamente in busta paga.
 
Questa evoluzione pone una questione più generale: il progressivo trasferimento di quote del salario e del TFR verso la previdenza complementare e i mercati finanziari.
 
I fondi pensione negoziali sono amministrati da organismi composti in maniera paritetica da rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni datoriali, ma le ingenti risorse raccolte vengono poi affidate a grandi gestori internazionali del risparmio che investono i capitali sui mercati finanziari. È il segno di una crescente finanziarizzazione del sistema previdenziale che merita una discussione pubblica molto più ampia.
 
Va ricordato che il TFR lasciato in azienda continua invece a rivalutarsi secondo quanto previsto dalla legge (1,5% annuo più il 75% dell’inflazione) e segue un meccanismo completamente diverso da quello della previdenza complementare, dove i rendimenti dipendono dall’andamento degli investimenti effettuati dal fondo.
 
Non si tratta di sostenere che una scelta sia giusta per tutti. Si tratta di rivendicare un principio semplice: una decisione così importante deve essere davvero libera, informata e consapevole, non il risultato di un automatismo.
Come organizzazione sindacale continuiamo a ritenere che il futuro delle pensioni debba poggiare innanzitutto sul rafforzamento del sistema pubblico e non sul progressivo ricorso alla previdenza privata. Per questo consideriamo fondamentale fare informazione, confrontarsi con i nuovi assunti e aiutarli a conoscere i propri diritti prima che scadano i 60 giorni previsti dalla legge.
 
Perché il TFR è salario differito: appartiene ai lavoratori e solo loro devono poter decidere, con piena consapevolezza, quale destinazione dargli.
 
Cobas del lavoro privato