Un lavoratore precipita da oltre quattro metri. Ma quante tragedie servono ancora per parlare di sicurezza?

Il 20 giugno, all’interno dell’Istituto Pascale di Napoli, un lavoratore dell’appalto di pulizie e sanificazione è precipitato da un’altezza di circa quattro metri mentre effettuava la pulizia dei vetri di un padiglione ospedaliero. Un incidente gravissimo, conclusosi con il ricovero in codice rosso.

Secondo quanto denunciato dal Cobas del Lavoro Privato, il lavoratore stava svolgendo un’attività particolarmente delicata in assenza di adeguate misure di protezione contro il rischio di caduta dall’alto. Un’attività che, per sua natura, richiederebbe procedure rigorose, specifici dispositivi di protezione e un’organizzazione del lavoro capace di prevenire situazioni di pericolo.

La sicurezza sul lavoro non può essere considerata un costo da ridurre o un adempimento burocratico da compilare su un foglio. È un diritto fondamentale e un obbligo preciso per le aziende. Quando si lavora in quota, ogni misura di prevenzione può fare la differenza tra tornare a casa e finire in ospedale.

Troppo spesso, invece, si interviene soltanto dopo l’incidente. Si aprono inchieste, si cercano responsabilità, si convocano tavoli e commissioni. Ma la domanda resta sempre la stessa: perché si aspetta che qualcuno si faccia male prima di fare ciò che era necessario fare prima?

Dietro ogni infortunio grave non c’è mai soltanto la fatalità. Ci sono scelte organizzative, controlli mancati, procedure non applicate, formazione insufficiente o condizioni di lavoro che non mettono al centro la tutela delle persone. E in un sistema di appalti sempre più orientato al contenimento dei costi, il rischio è che proprio la sicurezza diventi la prima voce a essere sacrificata.

Ancora più grave è il fatto che l’incidente sia avvenuto all’interno di una struttura sanitaria, un luogo che dovrebbe rappresentare la massima attenzione alla tutela della salute e dell’incolumità delle persone. La sicurezza non può essere affidata all’improvvisazione, alla buona volontà dei lavoratori o, peggio ancora, alla fortuna. Deve essere il risultato di un’organizzazione del lavoro che metta la prevenzione al primo posto.

Ogni lavoratore ha il diritto di svolgere il proprio lavoro in condizioni sicure. Nessuno dovrebbe essere costretto a mettere a rischio la propria vita per pulire una finestra, consegnare una merce, assistere una persona o svolgere qualsiasi altra mansione.

Come Cobas del Lavoro Privato diciamo basta. Basta aspettare il prossimo infortunio per accorgersi che la sicurezza manca. Abbiamo dichiarato lo stato di agitazione, chiesto un incontro urgente con l’azienda appaltatrice e la committenza e richiesto l’immediato intervento degli organi ispettivi competenti, affinché siano accertate le responsabilità e adottate senza ritardo tutte le misure necessarie a garantire condizioni di lavoro sicure.

La vita dei lavoratori vale più di qualsiasi appalto e di qualsiasi logica di risparmio. La sicurezza non si invoca dopo le tragedie: si costruisce ogni giorno con investimenti, formazione, organizzazione e controlli. Non si può continuare a lavorare sperando che nessuno cada. Perché la sicurezza sul lavoro non è una concessione. È un diritto. E ogni incidente evitabile rappresenta una sconfitta collettiva che non può e non deve essere accettata.

Cobas del lavoro privato